The end

29 Marzo 2008

ultimo post, con solo un saluto, qui, su Appunti, che resta come archivio.
era diventato troppo lento, tanto per chi doveva commentare quanto per me.
comunque.
C’è ALTRI APPUNTI ora, se volete
(che è in fase di allestimento: aperto ieri pomeriggio).

Un saluto a tutti quelli che, per scelta o per sbaglio, passano di qua.
I commenti sono bloccati.

cose, oggi

28 Marzo 2008

Cose di giornale, uno.
Un uomo, era in attesa di giudizio per un reato che non ho voglia di raccontare, e poi sarei impreciso e poi il senso è un altro; mentre aspettava è morto. Aveva 47 anni (e, anni fa, l’avevo conosciuto). La moglie ha chiesto che il processo si celebrasse egualmente. Così è stato. Assolto per non aver commesso il fatto: questo è il punto. Ora sua figlia, ha dichiarato la vedova, potrà camminare a testa alta

Cose di giornale, due.
Un’agenzia di viaggi del vercellese ha esposto un cartello in vetrina: qui non si accettano prenotazioni che abbiano a che fare con la Cina.

Cose di provincia, cose mie.
Alle ore 10,30 di oggi, venerdì (in questo momento è l’una e 18 minuti) vado in una scuola superiore di Vercelli. Lezione di scrittura, giornalistica e non. Saranno 50, forse 100 ragazzi con i loro e le loro insegnanti. Che faccio?, glielo dirò che mi sono-sarò appena svegliato perché io vado a dormire alle 5 di mattina? Penso che sì, sarà meglio.

Cose di giornali importanti (e cose mie).
Ai ragazzi dirò che prima di dire “io l’italiano lo conosco correttamente” è sempre meglio pensarci due volte: perché c’è sempre chi lo conosce meglio di noi e gli strafalcioni capitano un po’ a tutti (chiedere agli editor delle case editrici).
Ai ragazzi farò vedere un glorioso giornale nazionale di oggi. Inizia con
Gli parve di
prosegue con
La signora
Tra
Gli parve (che è il lead, l’attacco, l’incipit)
e
La signora (inizia il Chi, come, dove, quando e perché)
c’è un virgolettato (secondo attacco), quindi chi ha “passato” il pezzo (per chi non sa, passare è l’editing frettoloso che si fa nei giornali) non ha fatto caso all’erroraccio, e non ha corretto con
Le parve

Cose di giornali, ora
Se qualcuno se n’è accorto dirà - solito ritornello - che i giornali sono scritti male.
Allora, provate un po’ voi a scrivere 3mila e 200 battute in venti minuti, senza rileggere perché il giornale va in stampa, e senza andare a far pipì perché altrimenti si fa tardi.
Altroché scrivere di notte aspettando l’ispirazione e sapendo che poi ci saranno una due tre riletture e poi ancora uno due e magari tre ri-letture in casa editrice con - succede ed è successo - erroraccio incorporato sfuggito a tutti.

E poi vedremo il resto della giornata…

una brutta storia: con due finali

27 Marzo 2008

… guardate non ci sono prove, ma più lo leggo e più mi convinco che si uccise perché impotente…

era un’ipotesi confidenziale, questa, che un docente di psicologia (dinamica) fece ad alcuni studenti, nel lontano 1983, parlando(ci) di uno scrittore.

è un male nascosto l’impotenza, come lo sono altre disfunzioni: dall’eiaculazione precocissima alla paura di avere un pene troppo piccolo; il giornalista Massimo Fini scrisse (un articolo riortato da Dagospia) che lo scrittore Scott Fitzgerald, ossessionato dall’idea di avere un pene troppo piccolo, arrivò al punto di confidarsi e di mostrare, in un bagno di Parigi, le proprie parti intime a Hemingway che lo rassicurò, sentenziando, evidentemente da un buon conoscitore, che le misure rientravano nella norma.
… gli uomini fanno i gradassi e si vantano ma de me, anche se vengono quasi di nascosto e le prime volte fanno fatica a raccontare, c’è la coda…
ha dichiarato un andrologo a una mia collega giornalista.

certo, fa ridere come argomento.
a volte.

allora.
un paesino di non si sa dove.
a un ragazzo che diventa uomo gli altri ragazzi che diventano uomini, dopo un bagno o una pisciata in comune, chissà, affibbiano il marchio di Quello-che-non-ce-l’ha.
l’uomo si sposa, ma il marchio resta.
ha un figlio, poi due, ma il marchio resta.
arriva il terzo figlio: lui, per i suoi compaesani maschi, resta Quello-che-non-ce-l’ha.
si ammazza: e il marchio resta.

Il marchio resta anche nel ricordo perché, anni dopo, assisto a una discussione: tra due anziani coniugi, che l’avevano conosciuto bene.
di più.
avevano conosciuto lui, l’uomo “del marchio”, e sua moglie.
mi dissero del suicidio.
fin qui, tutto bene: il racconto era semplice.
era triste ma filava.
solo che mi avrebbe riservato, quel racconto, due finali.
per l’anziano, che era stato uno di quei ragazzi poi diventati uomini che avevano marchiato il suicida, mi disse che quel suo amico era nato disgraziato, e che, molto ma molto probabilmente, si era ucciso perché i figli non potevano essere suoi.
la sua signora, invece, mi disse e gli disse, ribellandosi, che non era vero: perché la moglie del suicida, amica sua, le aveva invece confidato che il marito era normalissimo, che i figli non potevano che essere di lui e che, certo, lui soffriva: per le cattiverie dei suoi compaesani.
(e nei paesini, si sa, i marchi son marchi a sangue).
una storia, due finali. si può scegliere quale.

buone cose

(L’argomento si presta a essere trattato seriamente, a volte.
Ma è anche giusto sorriderci, certe altre.
Per esempio in questo modo).

E poi (c’entra niente con l’argomento del post):
leggere e scrivere e leggere: non è poi così facile capire, anche se sembra.

E poi ancora: l’odore dei libri, un (bel) post di Stefania Mola ospitato da Nonblog di Habanera.

E infine: su Cabaret Bisanzio, questa mia intervista alla scrittrice Barbara Garlaschelli.

… per dare scandalo

26 Marzo 2008

Una città senza portinaie, non ha storia, non ha gusto, è insipida, come una minestra senza pepe né sale, una ratuglia informe.

Certe portinaie delle nostre parti sono travolte dalle loro mansioni, le si vede laconiche, tossicchianti, compiaciute, stranite, è perché sono rintronate di Verità quelle martiri, consumate da Lei.
Contro l’infamia d’essere povero, bisogna, confessiamolo, è un dovere, provarle tutte, ubriacarsi di qualsiasi cosa, di vino, quello non caro, di masturbazione, di cinema. Non bisogna fare i difficili, i «particolari» come dicono in America.

Ma fatemi raccontare: lei andava e veniva attraverso la stanza, mezzo svestita e il suo corpo mi pareva ancora molto desiderabile. Un corpo di lusso è sempre uno stupro possibile, un’effrazione preziosa, diretta, incorporata nel vivo della ricchezza, del lusso, e senza rivendicazioni da temere.

Tratto da Viaggio al termine della notte, Céline.

(Sull’aletta di copertina si legge: «Céline è stato creato da Dio per dare scandalo», scrisse Bernanos quando nel 1932 il romanzo diventò un successo mondiale)

compaesano e virgola

25 Marzo 2008

Oltre vent’anni fa imparai a memoria Vitti na crozza e feci in tempo a conoscere la pioggia di sabbia vulcanica.
era pioggia normale, invece, quella di ieri a siracusa.
ma con simona e maria lucia s’è parlato per ore di storie.
storie che piovono, storie segrete, storie di sempre.
e storie di vita, vere, che a volte sembrano non vere.
questa, che non c’entra con la sicilia o forse sì perché le storie non hanno casa, non so se è vera (m’han detto di sì).

su quel prete, giovane e in gamba e arrivato da poco, si dicevano brutte cose.
durante una festa di paese, un ragazzo, dopo essere stato sui trampoli, raccontò a tutti d’averlo intravisto nella casa della Giovanna che, si sapeva, aveva il marito lontano, in francia, a fare il boscaiolo.
il ragazzo forse esagerò, anche perché la Giovanna, si sapeva anche questo, alle finestre di casa sua, che davano sulla strada, aveva messo delle tende spesse, così da coprire i suoi peccati.
di buono, quel giovane prete, aveva la parlata.
specie a messa, quando le contadine anziane, si facevano rapire dalla sue parole e dimenticavano che quello, Giovanna o non Giovanna, gravitava sempre dove c’erano donne giovani, magari da marito, o meno giovani, magari vedove.
sta di fatto che una volta, era poco prima di pasqua, diede il meglio di sé il giovane prete: con intensità, serio in volto, raccontò, durante una funzione, prima la Passione e poi la Morte d Gesù.
mentre parlava era così concentrato, così addolorato che non prestò attenzione a un paio di vecchine che, commosse, s’erano messe a piangere.
a lui, bischeraccio blasfemo d’un prete, venne da ridere. poi si trattenne.
poi, ma fu maldestro maldestro, cercò di consolarle, e disse: Ocché piangete, che un si sa nemmen se è vero.
apriti o cielo, se tu fai del bene a un asino ricevi in cambio in calcio. e quelle, stizzite, se ne andarono subito, guardandolo acide.
dicono che di lì a poco venne trasferito.
dicono anche che la Giovanna si fece triste, ché il prete nuovo non era all’altezza del predecessore.

dedico questa storiaccia, scritta di notte, a simona, maria lucia, massimo maugeri e sua moglie.
grazie e un abraccio collettivo.
e un riconoscimento, da parte mia, al blog letteratidudine, la cui anima è generosa e gentile (e io, proprio a siracusa, ho beneficiato di tanta generosità).
mi piacerebbe tornare a siracusa: magari a luglio, a presentare il mio libro.

Passo e chiudo?, no.
resto un po’ in sicilia, ancora.
dove vado, io, leggo sempre le scritte sui muri.
a volte le annoto.
il giorno di pasqua, in prossimità della valle dei templi c’erano due scritte, botta risposta.
la botta, era
Agrigento ti amo (scritta in nero).
La riposta (sotto, in blu) era:
Compaesano, bruciati
Quella virgola,
tra compaesano
e bruciati
direi che è una “virgola notevole”.

buona giornata

dal templi a milena

24 Marzo 2008

ieri, giorno di pasqua, nella valle dei templi, per un attimo ho pensato a due cose, correlate.
(delle valle dei templi è inutile che dica, certo. sarebbe come se dicessi ora del colosseo).
ma percorrendola, e guardando versi agrigento e i suo orribili edifici che dominano una valle che farebbe volentieri e meno di loro, mi son chiesto: chissà com’era Girgenti ai tempi di Pirandello?
non così, certo, ma mi piacerebbe vedere un’immagine.
e poi, seconda domanda che mi son posto: perché nel mio blog di Pirandello, che in assoluto è l’autore italiano che amo di più e che più ho letto (e recitato anche, ché l’Uomo dal fiore in bocca… a memoria lo sapevo), perché, mi son chiesto, non ne parlo mai come meriterebbe?
(sì certo, devo aver detto che amo in particolare Non si sa come, e che lo ritengo un attento scrittore dell’anino umano e che a teatro ho visto quel che ho potuto vedere, ma forse forse, a volte, dire di pirandello non guasterebbe).
comunque.
poi mi son goduto, sì, è il termine esatto, mi son goduto due ore a Milena, che non è tappa per turisti.
del turista comunque avevo la targa, girando.
(come ce l’avevo le due volte che sono andato a Bitti, nella Barbagia sarda: e a Bitti, lo so, ci tornerò ancora).
quando sono entrato in un bar per un caffè tutti gli uomini, una decina, forse meno, tutti sui settant’anni circa, hanno di colpo interrotto il chiacchiericcio che prima, in strada, sentivo nitidamente.
così, di colpo.
succede dovunque, certo, non solo in trinacria.
al mio buongiorno forse, ma non ne sono certo, avranno risposto con un cenno.
se han detto buongiorno io non ho sentito.
però, mentre sorseggiavo il caffè succede questo.
nel bar arriva un uomo, vestito da festa, più elegante degli altri.
una giacca verde, camicia bianca, cravatta nera.
entra e dice Buona Pasqua a tutti, e va da tutti e li bacia, dicendo ancora, per ogni singolo bacio e ogni singolo abbraccio, Buona Pasqua, Buona Pasqua, Buona Pasqua.
poi vede me, e vede, certo, che ho la targa da turiista: ma mi sorride, mi dice Buona Pasqua, e mi tende la mano.
così torna, piano piano, anche un po’ di chiacchiericcio.
Bene, posso pagare: 70 centesimi per un caffè e un bicchiere d’acqua minerale (a Vercelli fa un euro, o anche più).
e quando mi avvio all’uscita, nonostante la mia targa da turista, son loro, gli avventori sulla settantina, che, per primi, mi dicono buona giornata.
ho quasi la sensazione d’aver superato un esame.

oggi, lunedì di pasquetta, tappa a siracusa, da amici.
un saluto ai due amici palermitani che mi hanno ospitato a cena, nei giorni scorsi.
martedì, prima di partire, ancora a palermo mi vedrò con una mia amica giornalista, che non vedo da anni.
poi sarà areo, che mi annoia e non sopporto perché mi annoia, poi sarà di nuovo pianura padana.
buona pasquetta.

PS questo blog ieri ha computo due anni.
mi sembrano… venti no, diciamo quattro.
(scusate se non rispondo ai commenti ma il pc con la scheda è lento e non sempre prende).

palemmino palemmino

23 Marzo 2008

palermo, secondo giorno
… c’eran sei cani per strada, ieri, tutti accucciati, buoni, che prendevano il sole.
se ne stavano sotto una filiale del Banco di Sicilia, chiusa, tra il municipio e palazzo reale.
ho fatto il turista, io.
col mio vecchio cellulare… una foto ho fatto.
non ero l’unico che li fotografava.
Una signora, di palermo, vedendo tanto interesse ha detto: in quale altra città trovate musei bellissimi e sei cani per strada?
solo a palemo, ha ribadito, con orogoglio:

e con orgoglio, a palazzo reale, una guida ha detto: questa è la sede del parlamento siciliano, il primo parlato d’europa.
vi chiedo, per rispetto al protocollo, ha aggiunto, di restare tutti in gruppo insieme a me e di non scattare fotografie.
passano pochi secondi e la guida si altera.
signore, ma mi capisce quando parlo?
un uomo, infatti, si era allontanato dal grupo per vedere senza l’ausilio della guida.
che, nel riprenderlo, ha ripetuto: signore, qui il protocollo esige il rispetto del luogo, eppure mi sembra d’essere stata chiara.
l’uomo, annuendo e sorridendo, ci ha raggiunti.
era un siciliano (non so di dove), perché un amico suo gli fa, scherzoso: sempre figure di merda devo fare con te?

forse un pezzo di palermo incasinata e piena di vita l’ho vista al mercato, a ballarò.
vedo i prezzi.
la carne costa come da noi, al nord.
la frutta e la verdura, che hanno gusti pieni grazie a questo sole, no, costano meno e son più buoni, si sa.
sulla sinistra vedo un arrotino.
a vercelli, milano, toriono, genova, dalle mie parti in toscana quando mai ho visto un arrotino?
sulla destra c’è una gastronomia, con posti a sedere per mangiare.
c’è scritto: Oggi pasta con le sarde.
Ci accomodiamo, chiedo pasta con le sarde.
Oggi non le abbiamo fatto, mi dicono:
mangiamo altro, cose buone, spendendo poco:

palemmino, palemmino sei più bella di torino, scrisse la ginzburg, in lessico famigliare.
alcune cose son più buone, certo:
il caffè.
e più belle.
il colore del cielo per esempio (che era grigio, ieri, a Monreale).
Un cielo che non mette fretta
Poi ci son le ferite, si sa.
ma oggi, Pasqua, sembra una bella giornata

buone cose e buona giornata a tutti

c’era anche bukowski

20 Marzo 2008

Allora.
I 4 brani di libri scelti a caso (ma scelti) per il precedente post “annusando pagine” appartengono a:

Il primo

Non c’era più un sogno che contenesse la monotonia del tempo qui a Mosca, la delicata patina di nostalgia
che tanto è piaciuto è di uno scrittore, molto bravo a mio avviso, ma non credo noto, Giorgio Bona. Il libro da cui ho tratto il brano (a pagina 50) si intitola Erano Voci, edizioni Il Molo.
Su Erano voci, si può leggere questo su Carmilla.
Al salone del libro di Torino, Giorgio Bona presenterà un nuovo libro, pubblicato da Besa.
(Un gran bel libro che scritto da Giorgio Bona è la raccolta di racconti intitolata Ciao Trotzkij).

Il secondo
Apparecchiò il solito lato della tavola e si mise a mangiare guardando la tivù. Il telegiornale lo irritava
è Claudio Piersanti. Il brano (pagina 58) l’ho preso da un libro di racconti che a me è molto piaciuto: L’amore degli adulti, Feltrinelli.

Il terzo
“Perché devi essere così coglione?”, mi chiese.
Mi voltai. “Tu non discrimini. Per te un uomo vale l’altro. E io non ho intenzione di continuare a ingoiare merda”.

è di Charles Bukowski, Donne (pagina 48), Sugarco edizioni.
Sono affezionato, io, a Bukowski. Il primo libro lo comprai, appunto, sfogliandolo (in una bancarella, scontato: non se lo cacava nessuno). Io ero giovane lui cominciava a essere noto, ma non era ancora notissimo.
Poi, un po’ mi son scocciato: perché a un certo punto tutti a parlare di lui. A parte questo: ho letto molto di lui, con piacere. Specie le sue poesie.

Il quarto
Mi hanno riempito di profumo, che me lo sento addosso, che mi germogliano le narici. Bucce di mandarino fermentate dall’aria

è di Giacomo Pilati, Minchia di re (pagina 59), Mursia.
E’ un ricordo questo libro. Di quando andai per la prima volta alla casa editrice Mursia, a Milano, per firmare il contratto del libro Dicono di Clelia.
Non mi pare che Pilati abbia più pubblicato. Il libro è un buon libro, del resto, si sa, che son tanti e bravi gli autori siciliani, da Roberto Alajmo ad Antonio Pagliaro, a Cinzia Pierangelini, Anna Mallamo (Manginobrioches), a tanti altri, notissimi (Camilleri), noti (Silvana Grasso), che vengon fuori dal nulla, penso a Simona Lo Iacono: che ha stupito e raccolto consensi con un bel racconto, ieri.
Minchia di re, comunque, in Sicilia è chiamata la Donzella di mare, un pesce ermafrodito.

E sempre a Pasqua, giorno prima giorno dopo, questo blog chiude, ma resta, come archivio. Ne aprirò un altro (meglio: me lo apriranno), sarà a scadenza, credo: come quello del mio caro amico Flaviano.
Ha lasciato il segno, Herzog. Ma lui, è davvero bravo: come blogger, come scrittore di racconti (sul lungo non so, è il problema della rete: gli occhi si stancano), come catalizzatore di altri blogger.
Questione di stile.
Buone cose

“annusando” pagine…

19 Marzo 2008

Pagine scelte quasi a caso - all’incirca sfogliando verso pagina 50 - di quattro libri, assai diversi tra loro. Di gente famosa e non.
Nessuna pretesa, un passatempo e basta.
Oddio: a me è successo, e non poche volte, di aver comprato un libro dopo averlo aperto a caso. Meglio della quarta di copertina.

primo libro

Non c’era più un sogno che contenesse la monotonia del tempo qui a Mosca, la delicata patina di nostalgia del celeste e del grigio, gli sbadigli dei monasteri, i passi silenziosi incolonnati davanti al Mausoleo, liquefatti dinanzi alla rivoluzionaria voglia della svolta. E’ vero. Hanno tolto spazio anche al sogno e siamo tutti incolonnati in quelle lunhe code, e i sogni si perdono all’infinito.
Finii di vestirmi e mi appresi a chiudere la finestra. Una macchina procedeva lentamente lungo la stada. Rimasi a osservarla. Andò per due volte avanti e indietro prima di fermarsi…

secondo

Apparecchiò il solito lato della tavola e si mise a mangiare guardando la tivù. Il telegiornale lo irritava sempre ma da dieci anni mangiava in compagnia dei giornalisti che, elegantissimi, leggevano le loro notizie. Le cronache politiche gli sembravano sempre le stesse. Ma se il telegiornale lo annoiava e lo irritava, perché continuava a guardarlo? E perché le poche volte che rincasava tardi e accendeva il video sulla sigla di chiusura si rattristava e gli passava la fame? Non sapeva spiegarselo. Quella sera, però, aveva un’altra cosa da guardare: accanto al cestino del pane aveva sistemato la lettera e la foto di Rina.

terzo

“Perché devi essere così coglione?”, mi chiese.
Mi voltai. “Tu non discrimini. Per te un uomo vale l’altro. E io non ho intenzione di continuare a ingoiare merda”.
“Neanche io ho intenzione di continuare a ingoiare merda”, urlò lei e sbatté la porta.
Andai alla macchina, salii, e avviai il motore. Misi la prima. Non si mosse. Provai la seconda. Niente. Riprovai con la prima. Controllai il freno a mano. Niente. Non si muoveva. Provai con la marcia indietro. La macchina si mosse. Frenai e riprovai con la prima. La macchina non voleva saperne di muoversi. Ero ancora molto arrabbiato con Lydia. Be’, pensai, questa stronza di macchina mi porterà a casa a marcia indietro.

e quarto libro

Mi hanno riempito di profumo, che me lo sento addosso, che mi germogliano le narici. Bucce di mandarino fermentate dall’aria bruciata dell’inverno e appiccicate sotto le unghie, naftalina spalmata sul vstito grigio di lana che mi arriva alle scarpe e me le copre. E c’è pure il profuno dell’isola di quando comincia a fiorire la notte: vaniglia, lavanda, mare, il sole che se n’è andato e lascia il posto vuoto e questo vuoto lassù in cielo che fa odore di cenere e di rosa canina.
La casa di Buonaventura è in fondo alla stessa strada mia; sotto si sente il mare muoversi, poi non c’è più, affondato dalla roccia che più sopra diventa montagna. Questo rumore di ali schiantate contro il vento sono pipistrelli. O forse sono io che volo sopra una di loro.

Segnalazione:
questa recensione dell’ultimo libro del mio amico Marino Magliani, Quella notte a Dolcedo.

E poi. Ricordo questa iniziativa (a cui ho aderito insieme ad Habanera, Colfavoredellenebie, Orasesta): 100 blogger per il 25 aprile.
Ne mancano 40, ancora.

i libri muti

18 Marzo 2008

Una decina d’anni fa o forse più (sicuramente di più: perché era un tempo in cui non pensavo minimamente che avrei ricominciato a scrivere) vidi in televisione un dibattito tra critici letterari.
Era già iniziato, non ricordo i nomi (mi spiacque di vedere che non ci fosse Beniamino Placido, che leggevo tutti i giorni su Repubblica, apprezzavo e, per quel che mi ricordo, apprezzo ancora).
Commentavano, scuotendo i testoni tristi tristi, il boom di vendite della Tamaro, con Va dove ti porta il cuore.
Dove stiamo andando, la letteratura itaiana ha qualche nome di spicco, c’è uno scrittore valido su cui puntereste?, domandò alla fine il conduttore televisivo.
Era il 95, credo.
Parlarono tutti e tutti dissero cose differenti, ma non venne fuori nessun nome. No, un mezzo nome fu fatto: la Tamaro, se cambia registro, disse uno.
Dal momento che nessuno rise penso che fosse uno importante.
Perché ridacchiavano, alcuni di loro, prima, parlando della Tamaro.
Allora.
Un’ora fa ho passato un po’ di tempo a leggere discussioni su alcuni siti letterari dove intervengono esperti che sanno indicare la strada maestra alla letteratura contemporanea, ma con ricette diverse.
E m’è tornata in mente quella discussione televisiva.
Quando imparai che per i libri funziona né più né meno come per il calcio: va sempre bene tutto e il contrario di tutto.
Libri, calcio e poltica: si ha sempre ragione, no?

Ci va bene, tanto a noi piccoli critici improvvisati quanto a quelli laureati: che - purtroppo - i libri non hanno facoltà di parola.
Noi di loro possiamo dire tutto, un po’ come Sgarbi quando in televisione alzava la voce e si dava ragione solo, un po’ come i blog senza commenti; loro, i libri, non possono farci notare, per esempio, che magari certe sfumature non le abbiamo colte perché distratti, perché la nostra vita non è poi così ricca di esperienze (e dolori), perché non abbiamo certi parametri culturali per capire tutto tutto.

I libri, purtroppo, son muti. Gli scrittori, a volte, dovrebbero imparare a esserlo. Dovrebbero imparare a rispettare le percezioni de lettori, di tutti.
Fortuna che ognuno di noi apprezza dei libri e ne abbia in uggia altri: altrimenti che noia (anche se - e la cosa stupisce assai - ci son gruppi di persone con gli stessi gusti; io per esempio ho conosciuto una coppia, c’entra niente con la scrittura. Uno dei due parlava per tutti e due: A noi il caffè piace tiepido. Noi l’insalata la condiamo col limone. Noi sempre Pandoro e mai panettone: minchia).
Ma i peggio per me sono i giudici infallibili: per farsi prendere sul serio recitano la farsa: della loro infallibilità.
Accidenti a chi li applaude: e si perpetuano i bis.
(Ho avuto una grande fortuna io: incontrare uomini di cultura che amavano interrogarsi).

E poi. Anche quello che scriviamo sfugge al nostro controllo.
Non scrivere con la testa, scrivi con le mani (dal film, Scoprendo Forrester).

Segnalazioni.
- Appena letto e apprezzato.
I semi delle fave, un racconto suggestivo di Simona Lo Iacono.
- E’ stato Diego D’Andrea, a segnalarmelo, e lo ringrazio. Herzog ha salutato, dopo cinque anni. Solitamente si chiude un blog perché amareggiati, Herzog, invece, saluta, soddisfatto del segno lasciato in rete (che poi son più segni: da Sacripante a Buran…) Quel che dovevo dirgli gliel’ho detto, in un commento.
Io considero Herzog uno scrittore, come… altri (altre, soprattutto). Scrittori in rete. Ma di qualità.
Poi di Herzog voglio dire questo: Herzog-parola è come Herzog-persona. Elegante e libero. Una bella persona, insomma. Fa piacere dirlo, ci tengo.